CICLO BIOLOGICO DEL ACARO DELLA SCABBIA UMANA

Prof. Mario Principato

 

Entomologia ed Aracnologia Medica e Veterinaria sezione di Parassitologia del Dipartimento di Scienze Biopatologiche Veterinarie della Facoltà di Medicina Veterinaria di Perugia.

gabriprinc@virgilio.it

 

Sarcoptes scabiei è un acaro astigmato appartenente alla famiglia Sarcoptidae.  Le sue dimensioni sono estremamente piccole, potendo variare da 213-285 micron  di lunghezza (maschio) a 300-504 micron (femmina) (Principato et al., 1986). E' caratteristica di questi acari la presenza di scaglie cuticolari dorsali  triangolari,  che nella femmina sono numerose e particolarmente evidenti; gli arti sono corti e conici di cui i due anteriori portano sempre una ventosa sostenuta da un lungo pedicello ambulacrale. Anteriormente si trova lo gnatosoma, corto e largo, costituito da forti cheliceri  terminanti a pinza  attraverso i quali l'acaro si fa strada, come è noto, all'interno del derma. Dietro di esso, dorsalmente, si trova un piccolo scudo pentagonale che nella femmina è più largo che lungo, al contrario del maschio il quale possiede anche altri due piccoli scudi dorsali in posizione latero-posteriore. A ciò si aggiunge una forte sclerificazione anteriore, resa evidente dall'accostamento degli epimeri allo sterno. Il tutto rende l'acaro morfologicamente predisposto alla penetrazione intradermica.

Le forme evolutive di questo acaro sono rappresentate dallo stadio di uovo, di larva esapode, di protoninfa ottopode, di tritoninfa maschile o femminile e, infine, di adulto sessualmente maturo, maschio o femmina, tutti sempre ottopodi (Fain, 1968).

Gli acari adulti possono camminare abbastanza velocemente sulla superficie della pelle, coprendo una distanza di 2,5 cm al minuto. Essi, ma soprattutto le larve, passano facilmente attraverso gli indumenti, attratti dall’odore e dal calore della pelle dell’ospite (Thoday, 1979;  Thomsett, 1968).  La femmina adulta generalmente perfora l’epidermide in corrispondenza di un piccolo solco cutaneo e, ponendosi di traverso  a questo, puntando al suo margine l’ultimo paio di zampe, aziona i propri cheliceri in modo da tagliare e sollevare una squama di cellule dello strato corneo. Si appiattisce quindi sulla cute ed inizia a muovere gli arti anteriori iniziando a penetrare, dopo soli due minuti, all’interno della pelle dove, pian piano, scava un cunicolo  provvisorio  entro il quale può già accoppiarsi con un maschio errante che, in genere, muore poco dopo. Una volta fecondata, la femmina riemerge sulla superficie della pelle ed inizia, quindi, a scavare una galleria permanente, spostandosi in profondità fino a livello dello strato granuloso, dove si nutre del liquido che fuoriesce dalle cellule danneggiate. Recenti studi su Sarcoptes scabiei var. canis e S. scabiei var. hominis hanno rilevato che entrambe le specie di acari impiegano meno di 30 minuti per penetrare completamente lo strato corneo (Scott D.W. & Horn R.T., 1990; Principato, 2002). Tale penetrazione viene effettuata grazie ad una secrezione dell’acaro che lisa il tessuto corneo dell’ospite e che si rende evidente intorno al suo corpo nel momento in cui inizia ad insinuarsi all’interno. Il tunnel tracciato dall’acaro appare orizzontale rispetto alla superficie cutanea e viene allungato di 0,5mm/giorno, fino ad un massimo di  circa 1 cm.  Nel suo interno la femmina di Sarcoptes deposita le proprie uova in numero di 2-3 al giorno, fino ad un totale di 50-60 uova nell’arco della sua vita, che è di circa  un mese. Le uova si schiudono in 3-4 giorni lasciando fuoriuscire delle larve esapodi, estremamente mobili, che rimangono all’interno delle gallerie per circa 24 ore prima di portarsi in superficie. Da qui scavano poi una corta galleria entro cui mutano rapidamente in protoninfe nell’arco di 3-4 giorni e, successivamente, entro 10-18 giorni, passando attraverso lo stadio di tritoninfa ottopode,  raggiungono lo stadio di adulto. L’accoppiamento può avvenire, come già abbiamo detto, all’interno di una nicchia provvisoria scavata nello strato corneo della cute, od anche all’interno degli stessi cunicoli, in quanto gli acari sono molto sensibili alla disidratazione (Parish et al., 1983). E’ stato, infatti, dimostrato che gli acari del genere Sarcoptes muoiono in pochi giorni lontano dall’ospite. Ad una temperatura di 21°C e 40-80% di umidità relativa (UR) la loro sopravvivenza ambientale e, soprattutto, la loro capacità infestante, è di sole 24-36 ore (Boni et al., 2002). Con temperature inferiori (10°C) ed elevata UR (97%) la loro sopravvivenza può arrivare anche a 18 giorni, ma non è noto se persiste così a lungo anche la loro capacità infestante (Arlian et al.,1984). Di fatto la scabbia si trasmette generalmente attraverso contatti interumani stretti, spesso di natura sessuale; tuttavia la trasmissione può avvenire anche per via indiretta attraverso la biancheria da letto, i vestiti ed  altri tessuti venuti a contatto con gli ospiti infestati. Fattori favorenti che promuovono la diffusione della scabbia sono le condizioni di povertà, i viaggi , l’affollamento, la malnutrizione, la promiscuità sessuale, la scarsa igiene, anche se dobbiamo sottolineare che Sarcoptes scabiei è piuttosto resistente sia all’acqua che al sapone, in quanto continua ad essere vitale anche dopo bagni quotidiani caldi (McCarthy et al., 2006). Nell’uomo il numero medio di femmine adulte che si riscontrano sulla cute, prevalentemente a livello delle mani e dei polsi, è di 10-11  (Moschella  et al., 1985). Per tale motivo è importante ricorrere alla demoscopia che mette in chiara evidenza sia i cunicoli che la femmina gravida.  Non solo, un attento esame dermoscopico può riuscire ad evidenziare le femmine di Sarcoptes nella nicchia temporanea di accoppiamento a livello dello strato corneo e persino le ninfe e le scìbale fecali all’interno degli stessi cunicoli. Il grave deficit immunitario che si determina in corso di AIDS  facilita l’impianto del Sarcoptes scabiei con manifestazioni cliniche atipiche: scabbia esagerata con maculo-papule ipercheratosiche diffuse, oppure cumuli di squamo-croste, definita scabbia crostosa o norvegese.

In questi casi la dermoscopia offre una  buona e rapida possibilità diagnostica senza la necessità di effettuare alcun intervento invasivo.

Malgrado l’alta ospite-specificità delle diverse varietà di Sarcoptes scabiei, sono stati segnalati molti casi di  infestazione di esseri umani con gli acari della scabbia di altri animali (Pseudoscabbia). Anche se questi casi coinvolgono solitamente i cani, specialmente i cuccioli, le fonti includono il bestiame, quale i cavalli, i bovini, gli ovini, le capre, i cammelli  e i maiali.  Tali infestazioni provocano tipicamente papule ed eritema pruriginoso localizzati nei luoghi del contatto. Gli acari non formano cunicoli e raramente sopravvivono per riprodursi.  Le infestazioni si auto-limitano e di solito si risolvono in alcune settimane, sempre che la fonte venga rimossa per impedire la reinfestazione. L’assenza di cunicoli ed il numero basso di acari  rendono difficile la diagnosi che, quasi sempre, finisce per basarsi sulla dimostrazione di questi acari negli animali domestici con cui il paziente è stato in contatto ( Heukelbach et al., 2006). In questi casi  e, in generale, nel sospetto di una patologia scabbiosa risulta molto utile effettuare uno screening ambientale attraverso l’Esame Diretto delle Polveri Ambientali (EDPA), un metodo diagnostico basato sull’esame microscopico della polvere raccolta sul pavimento della nostra abitazione (Principato, 1998), che ci consente di distinguere se la patologia cutanea è dovuta a Sarcoptes scabiei di provenienza umana (Scabbia banale o norvegese) o animale (Pseudoscabbia) o se è, invece, dovuta ad acari ambientali quali, per esempio, Glycyphagus domesticus o Lepidoglyphus destructor (Falsa scabbia).

 

 

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Bibliografia

 

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